Riccardo Mollo – Informatica e Fotografia

Creare semplici HDR “finti” con LightRoom

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Come probabilmente molti di voi già sapranno, il modo corretto per realizzare un HDR (da “high dynamic range”, ovvero un’immagine ad ampia gamma dinamica) consiste nello scattare, solitamente con l’ausilio di un cavalletto, un minimo di 3 fotografie identiche ma con esposizioni differenti (di norma: una foto esposta correttamente, una sottoesposta di 1 stop ed una sovraesposta sempre di 1 stop), facendo attenzione a modificare esclusivamente i tempi (lasciando quindi diaframmi ed ISO invariati) ed ovviamente utilizzando tassativamente il formato RAW. Dopodiché, con strumenti appositi come ad esempio Photomatix Pro o Adobe PhotoShop si procede con la “fusione” dei vari scatti seguita dal tone-mapping.

Tuttavia, sfruttando le potenzialità offerte dal formato RAW presente in tutte le reflex digitali ma non solo, è possibile utilizzare strumenti come Adobe LightRoom (o l’equivalente Adobe CameraRAW) per poter post-produrre una singola immagine al fine di ottenere un risultato visivo che si avvicini molto a quello di un HDR vero e proprio.

Come esempio, utilizzo una foto scattata circa un anno fa a Venezia.

E’ fondamentale che la foto sia esposta correttamente e che l’istogramma sia interamente coperto (dalle ombre più scure fino alle alte luci più chiare).

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Per poterci avvicinare il più possibile al risultato di un vero HDR, sostanzialmente si devono aprire le ombre (in modo da tirare fuori più informazioni dalle zone buie) e chiudere le alte luci (in modo da ottenere maggiori dettagli dalle zone chiare).

Nell’immagine successiva, andando a spostare completamente a sinistra il cursore delle alte luci (indicato in verde) e completamente a destra il cursore delle ombre (indicato in rosso), si ottiene esattamente il risultato preposto, ovvero i dettagli delle persone situate all’ombra nel battello risultano molto più visibili così come la trama della facciata del Ponte di Rialto. Naturalmente, con queste due semplici modifiche l’immagine risulta per il momento piuttosto innaturale.

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Giustamente, chiudendo le alte luci e aprendo le ombre, l’istogramma si “comprime” verso l’interno, assumendo una forma sempre più vicina alla curva di Gauss, ad indicare che l’immagine è generalmente poco contrastata (per via di una maggiore presenza dei mezzi toni rispetto alle ombre e alle alte luci).

Per ovviare a questo aspetto si possono fare diverse cose (indicate in giallo), come ad esempio aumentare la chiarezza per incrementare il microcontrasto nell’immagine, o agire sulla curva dandole una lieve “forma ad S” per aumentare il contrasto generale senza rovinare i passaggi tonali. Potrebbe infine essere necessario ridurre i neri e aumentare i bianchi qualora, durante le modifiche su ombre e alte luci, l’istogramma si fosse compresso troppo.

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Fatto ciò, ecco un confronto tra il “prima” e il “dopo” dell’operazione.

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E’ importante sottolineare che questo è solo un esempio, dove ho espressamente voluto mettere i valori al massimo per evidenziare bene i risultati. Tuttavia, ogni foto è una storia a sè, quindi è fondamentale comprendere che nessun esempio di post-produzione va seguito bovinamente ed alla lettera, ma semplicemente preso come spunto per imparare ed affinare la propria tecnica.

La luce non fa ombra

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Recentemente, grazie ad un post su Instagram di Paolo Ranzani, un noto e bravo fotografo che abita e lavora nella mia stessa città e che io ammiro molto, mi sono ritrovato a concepire una delle mie solite elucubrazioni mentali.

Facciamo una piccola premessa: la parola “fotografia” deriva dall’unione di due parole greche, φῶς (phôs, “luce”) e γραφή (graphè, “grafia”), il cui significato letterale diventa “scrittura di luce”.

Purtroppo, sovente mi capita di vedere fotografi (di solito amatori ma, ahimè, a volte anche professionisti) che si concentrano in maniera quasi maniacale sull’aspetto tecnico degli scatti al punto di dimenticarsi di osservare e considerare la luce che pervade la scena. Altre volte, invece, taluni si fissano così tanto sul come la luce di cui dispongono debba cadere sul soggetto, diventando pazzi a gestire pannelli e flash, che si dimenticano totalmente di ciò che la luce realmente determina, ovvero le ombre.

Si sentono e si leggono troppo spesso frasi come “che bella luce!”, “buona luce!”, “ottima gestione della luce!”, ma mai nessuno che si faccia carico di menzionare (e lodare!) le ombre…

Io personalmente non credo che la fotografia significhi soltanto scrivere con la luce. Io credo che significhi trovare il perfetto equilibrio armonico tra le luci e le ombre, determinando il giusto peso e l’opportuno significato comunicativo delle une e delle altre.

La luce e l’ombra sono un perfetto esempio del concetto onnipresente della “presenza/assenza” (o “presenzassenza”, per citare il titolo di una delle opere del grande Maestro Franco Fontana), nel quale, grazie al ruolo chiave del soggetto frapposto, l’esistenza di una delle due determina la mancanza dell’altra.

Ricollegandomi al titolo del post, trovo divertente pensare che la luce non fa ombra, ma al tempo stesso è proprio lei la diretta responsabile della produzione delle ombre.

Se un giorno si vuol essere una persona, bisogna tenere in onore anche la propria ombra.
Friedrich Nietzsche

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